Ilva, lo studio del DEM: la scelta impossibile tra salute e lavoro alimenta la sfiducia nello Stato

Uno studio della prof.ssa Elisa Giuliani, pubblicato su Administrative Science Quarterly, mostra come il mancato riconoscimento degli operai come vittime generi un senso di abbandono istituzionale.

Una crisi industriale e ambientale rimasta senza soluzione può trasformarsi in una crisi di fiducia nella politica e nelle istituzioni democratiche. È quanto emerge da uno studio sul caso Ilva di Taranto firmato da Elisa Giuliani, del Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Pisa, insieme ad Andrew Spicer dell’University of South Carolina.

Secondo la professoressa, quando gli operai si trovano davanti alla scelta tra salute e lavoro senza una soluzione concreta, la responsabilità percepita non ricade più solo sull’azienda, ma si estende agli organi di controllo, alla politica e allo Stato: lo scandalo industriale diventa così, nel racconto dei lavoratori, il punto di partenza di una critica più ampia alla rappresentanza politica e alle istituzioni.

Una ricerca su oltre 230 testimonianze

Giuliani e Spicer hanno analizzato più di 230 testimonianze, tra archivi giornalistici, libri, documenti audiovisivi e 56 interviste dirette con operai ed ex operai dell’ex Ilva raccolte tra il 2020 e il 2025, per oltre 63 ore di registrazioni, insieme a oltre 3.000 pagine di fonti documentarie.

La ricerca si concentra su due passaggi cruciali. Il primo è lo scandalo della diossina del 2008, quando la contaminazione portò all’abbattimento di circa 1.200 pecore allevate nei pressi dello stabilimento: un momento che segna una cesura nella percezione dei lavoratori, che iniziano a interpretare l’inquinamento, fino ad allora parte “normale” della vita di fabbrica, come causa di un danno personale e collettivo. Il secondo passaggio è la crisi del 2012, quando la magistratura dispose il sequestro di parte degli impianti per motivi sanitari e ambientali, e circa 8.000 lavoratori scesero in piazza contro la possibile chiusura dello stabilimento.

La “trappola del doppio fallimento”

Lo studio ribalta una lettura comune negli studi organizzativi: gli operai, secondo la ricerca, sono pienamente consapevoli del danno subito, e ciò che difendono non è l’azienda in sé, ma il lavoro come elemento centrale della propria dignità. Restano perché non vedono alternative concrete per mantenere le proprie famiglie, pur dovendo affrontare anche le spese sanitarie legate alle malattie causate dall’inquinamento. Allo stesso tempo, fuori dalla fabbrica, non trovano sempre comprensione: una parte della comunità e dei movimenti ambientalisti ha talvolta interpretato la difesa del posto di lavoro come una forma di complicità.

Giuliani descrive questo meccanismo come una “trappola del doppio fallimento”: da un lato gli operai non possono lasciare l’azienda senza mettere a rischio il proprio sostentamento, dall’altro non credono più che le istituzioni possano proteggerli o offrire una via d’uscita concreta (dall’articolo pubblicatosul sito di unipi).

Il messaggio per le politiche pubbliche

Per la professoressa, il caso Ilva non è isolato, e finché la scelta tra salute e lavoro continuerà a essere letta come un trade-off tra due alternative equivalenti, le politiche pubbliche rischiano di muoversi nella direzione sbagliata: il diritto alla salute e alla vita, per Giuliani, non è negoziabile e va garantito come tale, indipendentemente dagli interessi economici in gioco.

L’articolo completo, The Double-Failure Trap: Workers’ Sensemaking as Insiders and Victims of Life-Threatening Organizational Wrongdoing, è pubblicato su Administrative Science Quarterly.

Torna in cima