Monica Pratesi, professoressa al Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Pisa e coordinatrice della Commissione scientifica dell’Istat, ha curato un rapporto sulla povertà educativa in Italia, di cui ha parlato in un’intervista a Il Tirreno.
Cosa si intende per povertà educativa
Secondo la professoressa, povertà educativa e povertà economica non sono sinonimi: sono fenomeni fortemente connessi, ma la prima riguarda qualcosa di più ampio, ovvero la possibilità per un bambino o un ragazzo di avere le opportunità necessarie per sviluppare pienamente le proprie capacità. Il rapporto ha analizzato da un lato le risorse disponibili nei contesti di vita, famiglia, scuola, territorio sociale e culturale, e dall’altro gli esiti, cioè le competenze cognitive, personali, relazionali e sociali che bambini e ragazzi riescono effettivamente a sviluppare. Una distinzione importante, spiega Pratesi, perché un territorio può disporre di buone risorse senza che questo si traduca automaticamente in buoni esiti, o viceversa mostrare difficoltà sulle risorse ma una maggiore capacità di compensarle.
Una delle evidenze più interessanti del rapporto è che il fenomeno cambia a seconda della dimensione osservata. Sul fronte delle risorse familiari e territoriali, le criticità più marcate emergono in diverse aree del Mezzogiorno, mentre il contesto scolastico appare relativamente più omogeneo sul territorio nazionale, un dato che, secondo la professoressa, suggerisce come la scuola possa rappresentare un elemento di protezione e compensazione rispetto alle disuguaglianze che nascono in altri contesti. Sul fronte degli esiti, il quadro si fa più articolato: nel Centro-Nord gli esiti cognitivi sono generalmente migliori, ma si registrano criticità nelle competenze relazionali e nella fiducia interpersonale; nel Mezzogiorno accade spesso l’opposto. Emerge inoltre che conta non solo la regione di residenza, ma anche il tipo di territorio: nelle aree rurali si concentrano maggiori criticità sia negli esiti cognitivi che in quelli personali e sociali.
Il caso Toscana: risorse buone, ma attenzione alla dimensione relazionale
Il rapporto Istat restituisce per la Toscana un quadro non preoccupante sul fronte delle risorse, contesto familiare, scolastico e territoriale, ma segnala qualche criticità sulle competenze personali e sociali. Per Pratesi, questo dimostra bene la distinzione tra disponibilità di risorse ed esiti: una buona dotazione di opportunità non garantisce automaticamente benessere relazionale, fiducia in sé stessi e negli altri, soddisfazione per la propria vita e capacità di affrontare le difficoltà. Il messaggio per la Toscana, secondo la professoressa, è quindi di mantenere la buona infrastruttura educativa esistente, prestando però particolare attenzione alla dimensione relazionale, alla partecipazione, alla fiducia e al benessere dei giovani.
Le indicazioni per le politiche
Interrogata su cosa si possa migliorare, Pratesi precisa che il rapporto tra risorse ed esiti non è meccanico: intervengono il territorio, il grado di urbanizzazione e probabilmente molti altri fattori. Non basta quindi aumentare genericamente le risorse, ma occorre capire quali servano, dove e come vengano utilizzate. Per la professoressa, la famiglia deve offrire non solo condizioni materiali adeguate ma anche opportunità culturali e relazionali; la scuola deve continuare a esercitare la propria funzione di protezione e compensazione, lavorando sia sulle competenze cognitive sia su quelle personali e sociali; il territorio deve infine offrire ai ragazzi luoghi e occasioni reali di partecipazione, biblioteche, sport, associazionismo, attività culturali, spazi verdi, elementi esplicitamente inclusi nel sistema di misurazione del rapporto.
Fonte: intervista di Luca D’Onofrio a Monica Pratesi, Il Tirreno, 14 settembre 2026.